
CATANIA – Catania distrutta due volte e ricostruita con lo stesso materiale lavico. L’11 marzo 1669 l’Etna aprì una bocca eruttiva sui fianchi meridionali e non si fermò per quattro mesi esatti, fino all’11 luglio. Fu la più grande eruzione documentata del vulcano in epoca storica. La colata non rimase in quota. Scese lentamente verso il mare, raggiunse la costa e continuò ad avanzare, spostando la linea costiera di quasi un chilometro verso il Mediterraneo. Catania fu investita il 16 aprile: la lava distrusse interi quartieri prima di fermarsi, letteralmente, in acqua. Ventiquattro anni dopo, il 9 gennaio 1693, un terremoto di magnitudo stimata tra 7.0 e 7.3 rase al suolo ciò che restava. Fu il sisma più devastante nella storia della Sicilia: in tutta la Val di Noto morirono almeno 60.000 persone. A quel punto Catania era, per la seconda volta in un quarto di secolo, un campo di macerie. La ricostruzione non cancellò il disastro. Lo usò. L’architetto Giovanni Battista Vaccarini, chiamato a ridisegnare il centro della città nel primo Settecento, lavorò su un tappeto di lava solidificata spesso metri. Via Etnea, Piazza Duomo, Palazzo Biscari: tutto edificato sopra quegli strati neri. La pietra da costruzione usata per i nuovi palazzi barocchi era basalto locale, la stessa roccia vulcanica che aveva sepolto la città precedente. I cantieri non portarono materiale da fuori: scavarono, tagliarono e riutilizzarono la distruzione come fondamenta e facciata. Il centro storico di Catania che oggi è Patrimonio UNESCO non esiste nonostante due catastrofi nel giro di 24 anni. Esiste grazie alla materia che quelle catastrofi hanno lasciato sul posto. Quando cammini su Via Etnea, stai camminando su un’eruzione. E le pietre nere dei palazzi che ti fiancheggiano sono la stessa eruzione, solo tagliata e messa in posa. Tutto ciò rende Catania, una bellissima e originale citta”.
Giovanni Zizzi